SerendipitàIl giro del mondo in ottant'anni |
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domenica, 12 giugno 2005 Da qualche settimana per andare ad allenarmi a Milano prendo il treno. Ormai affrancato dalla minore età, dalle scuole dell'obbligo, nonché auto munito il mio buon amico Giggi ha ben penato a convincermi a prendere il treno per non trovarci a Milano con due macchine. Giggi è tornato a lavorare a Milano e visto che già si trova lì per lavoro non ha senso tornare a casa a prendere me e nemmeno avrebbe senso trovarsi in due con due macchine in palestra per poi far la strada del ritorno in fila indiana uno dietro l'altro. Tutto molto ragionevole, ma io non sono ragionevole quando mi scombinano abitudini ormai consolidate e perdipiù un bel po' comode, Giggi mi passava a prendere e mi riportava a casa, una pacchia. Per non contare le consolidate remore mentali: il treno è per gli studenti prima e per i pendolari poi, talvolta è comodo per alcuni viaggi lunghi, come ho avuto modo di scoprire in seguito. Per sei anni sono andato a scuola a Lecco in treno, l'ultimo anno di medie e i cinque successivi di liceo, come studente universitario, questa volta nella direzione opposta: Milano, sono durato a stento sei mesi. Da allora ho usato ben di rado le ferrovie dello stato. Giggi, notoriamente un ariete in tutti i sensi, alla fine è riuscito a smuovermi e farmi realmente prendere in considerazione l'idea di verificare se fosse fattibile prendere il treno per poi trovarci in stazione a Milano e andare insieme in macchina in palestra. Ho subito scoperto che non solo è possibile ma è persino comodo, sia per orari che per tempi. *** Ho comprato uno zaino da montagna di dimensioni contenute, non a sacco ma che si apre con una cerniera come una valigia e vado in stazione a piedi. Mi piace. Mi piace fare una passeggiata di un paio di chilometri a passo spedito prima di andare in palestra. Mi piace arrivare in stazione con un anticipo di un quarto d'ora, timbrare il biglietto e sedermi con comodo a leggere aspettando il treno. Mi piace sedermi su una delle due panche di legno della prima delle due sale d'attesa, la stessa dove mi sedevo da studente, una stanza cambiata nell'aspetto e nell'atmosfera, forse per l'orario pomeridiano, ma rimasta immutata nelle panche di legno incise da generazioni di studenti e levigate e polite dall'uso. Mi piace lasciare che persone, rumori e avvicendamenti d'eventi mi passino accanto senza farmi levare lo sguardo dal libro eppur affiancandomi e facendomi compagnia, destando e assopendo l'attenzione. Mi piace tenere il libro in mano mentre aspetto che il treno si fermi per poi tornare a immergermi nella lettura appena mi siedo. Mi piace tenere lo zaino tra le gambe, vicino, ingombrante a ricordarmi che il viaggio sarà breve, poco più di mezz'ora. Mi piace il ritmo tranquillo del treno, costante, mai di fretta. Mi piace il treno quasi vuoto quando salgo. Mi piace sedere in uno dei due posti di fronte alla porta girevole di plastica rigida che da verso le uscite dai vagoni. Mi piace sedere nel sedile a fianco del finestrino, nel lato dove il sole occhieggia. Mi piace potermi ritagliare del tempo per leggere persino quando viaggio. Mi piace stare in due posti nello stesso tempo, né completamente nel libro né nella realtà, fare oscillare i due piatti della bilancia da una parte e dall'altra, come il dondolio del treno. Mi piace lanciare occhiate in tralice al finestrino e vedere il mondo scorrere tra macchie di colore e luoghi conosciuti o appena intuiti. Mi piacciono i radi passeggeri sin quasi all'arrivo in stazione a Milano, poche vite presenti che toccano appena la coscienza senza premerle contro. Mi piace che ci sia qualcuno ad aspettarmi in stazione al binario d'arrivo. Mi piace andare contro corrente per raggiungere Giggi e penso proprio che continuerò a farlo anche se ho capito dove potrei salire sul treno alla stazione di partenza per poi scendere più vicino. Mi piace vedere nel presente tracce del passato che non siano cicatrici. *** Una mano di vernice, qualche spostamento di mobilio e qualche cambiamento non sono riusciti davvero a intaccare la stazione del mio paese. La biglietteria al pomeriggio ora è chiusa da una tenda, apre solo al mattino, i biglietti si comprano al bar di fronte, un'enorme biglietteria automatica troneggia nel corridoio che porta da un lato alla biglietteria e dall'altro alle due sale d'attesa, è grossa come una cabina per fare le fototessere, meno amena di un distributore di bibite e snack e più aliena di un parchimetro. I viaggiatori sono perlopiù extracomunitari, non si possono più origliare con noncuranza le chiacchiere d'altri. E' tutto un po' cambiato e tutto un po' rimasto lo stesso, un po' come me. Scritto da pennapiuma |
11:38 | commenti (6)
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