Serendipità

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Il Piccolo Principe
di Antoine de Saint-Exupéry





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martedì, 20 novembre 2007
 
Qualche mese fa hanno tagliato tutti gli alberi che costeggiavano la strada che porta alla stazione ferroviaria del mio paese, ci sono rimasto un bel po' male.
Mi ha colpito come un pugno nello stomaco la repentinità e l'irrimediabilità dell'atto.
Vado in stazione due o tre volte alla settimana, giorno dopo giorno ho seguito la prosecuzione degli eventi, che hanno iniziato ad ordinarsi.
Tutto è principiato dai moncherini di quelli che erano magnifici alberi di cinquant'anni dal tronco di mezzo metro di diametro, tronchi e radici sono stati rimossi, è stato alzato un terrapieno a fianco della strada che costeggia una conca, il terreno guadagnato è stato battuto per fare spazio a una striscia di terra e un marciapiede delimitato da una ringhiera di legno.
Qualche giorno fa nella striscia di terra brulla di fianco al marciapiede, per ora ancora di solo cemento, sono stati piantati degli alberelli di qualche anno, con un tronco di qualche centimetro.
Mano a mano che proseguivano i lavori una domanda iniziava a formarsi nella mia testa finché non si è definita del tutto: non si potevano tenere e valorizzare quei vetusti e bei alberi?
Alla fine ho capito che no, non si potevano salvare.
Noi vogliano che le cose vadano proprio come le abbiamo pensate, desiderate, volute e progettate, il resto è solo intralcio.
Lo voglio anch'io, anche quando magari la soluzione alternativa è lì a portata di mano, basterebbe solo uno sguardo aperto intorno, basterebbe piantarla di pensare che il sole giri intorno a me e accettare di essere sì solo una piccola parte di qualcosa di molto più grande, ma anche una parte essenziale di qualcosa di molto più bello.
Le cose spesso non vanno come vogliamo, questo non vuol dire che vadano per forza male.
In questa vita siamo ospiti, non padroni di casa, tant'è vero che prima o poi finiamo alla porta.

Scritto da pennapiuma | 10:53 | commenti (8)


venerdì, 02 novembre 2007
 
“Tre anni Shomen, tre anni Yokomen”.
Narra la leggenda che questa fu la risposta che Hiroshi Tada, 9° dan e direttore didattico dell'Aikikai d'Italia, diede a un praticante di Aikido che gli chiese cosa doveva fare per imparare l'uso della spada giapponese.
Tre anni solo il fendente verticale, dall'alto verso il basso diretto verso la testa dell'avversario, la prima tecnica che si impara nell'uso della spada, e tre anni il solo fendente laterale, sempre dall'alto verso il basso ma questa volta tagliando in diagonale verso il lato della testa dell'avversario, all'altezza delle tempie.
Ho sentito questa storia diverse volte, con differenti varianti.
In una prima veniva risposto dapprima: “tre anni Shomen”, al termine dei tre anni, il praticante tornava con la stessa domanda e gli veniva allora risposto: “tre anni Yokomen”, con relativo sconforto del malcapitato che lasciava perdere.
In un altra si faceva presente che nelle scuole di Kendo, la via della spada giapponese, questa era la prassi, anni e anni fa.
E' una storia che mi ha colpito e che ho serbato in memoria finché un giorno, il 29 ottobre di due anni fa, un po' per scherzo e un po' per mettermi alla prova mi sono messo a fare mille fendenti verticali (shomen) con la spada di legno (bokken).
Non ero sicuro di riuscire a farne così tanti di fila, ho iniziato e mano a mano che mi avvicinavo alla meta non volevo mollare.
Indolenzito a mille mi sono fermato e ho pensato che forse potevo rifarlo, qualche volta magari o solo per un po', così per vedere cosa succedeva.
Sono passati due anni, ho cambiato tipo di spada di legno più volte, in genere aumentando peso e lunghezza per rendere più difficile l'esercizio, ora uso uno iaito, una spada vera non affilata che si usa nello studio della Iaido, l'arte di estrarre la spada giapponese dal fodero e contemporaneamente colpire.
Mille fendenti al giorno, un esercizio che una volta allenati varia dalla mezz'ora all'ora di tempo, a seconda del ritmo e dell'arma che si usa.
“Tre anni Shomen”.
Non ho iniziato pensando di fare per tre anni di fila il solo fendente verticale, base della scherma giapponese, ho principiato pensando di provare per un anno, passato l'anno ho continuato, ero migliorato ma non così tanto come speravo, rimanevano parecchie lacune, arrivato ai due anni ho pensato che tanto valeva farne tre.
“Tre anni Shomen”.
Mille fendenti, tutti i giorni, quando mi andava e quando non mi andava, quando stavo bene e quando stavo male, di notte o di giorno, a casa o fuori, ma sempre mille fendenti.
Ora voglio continuare per un altro anno, ovviamente non pensando a cosa farò dopo.
Un passo alla volta, così posso vedere dove mettere i piedi, senza lasciarmi sopraffare da imprese troppo impegnative.
“Tre anni Shomen, tre anni Yokomen”.
D'altronde se funzionava anni e anni fa nel Kendo potrebbe funzionare anche ora.

Scritto da pennapiuma | 17:00 | commenti (12)