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Il Piccolo Principe
di Antoine de Saint-Exupéry





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lunedì, 19 dicembre 2005
 
Buio, buio buio ma per sicurezza chiudo anche gli occhi.
Devo decidere come sedermi per fare non so bene cosa, mi percorre fugace il pensiero di mettermi nella posizione del loto completo, amichevolmente definita l'intreccio, degna di una chiave articolare del wrestling ma un bel po' ganza e soprattutto molto orientale, so per certo che dopo cinque minuti inizierò a soffrire, a dieci inizierò ad anelare un pit stop per il cambio gambe e a quindici sarò costretto a passare direttamente all'amputazione degli arti inferiori ormai irreparabilmente compromessi, uno sprazzo di inattesa lucidità mi fa optare per il mezzo loto, gambe incrociate, la destra sotto la sinistra e il piede sinistro posato sulla coscia destra.
Nell'arco di una manciata di secondi il mezzo loto diventa un quarto di loto, il piede sinistro scivola dalla coscia destra al polpaccio ma nemmeno me ne accorgo, sono troppo preso a far finta di essere come gli altri lì dentro.
Silenzio, qualche scricchiolio d'ossa e articolazioni, qualche garbato gemito, qualche respiro più marcato degli altri e poi arriva la voce, la voce del maestro, ha un po' di raspino in gola...
Dov'era? Mica l'ho visto, dalla voce direi che è in fondo alla sala, cerco di scacciare dalla mente l'idea che mi abbia visto infilarmi nella sala di meditazione di soppiatto con la delicatezza di un caterpillar, non sono stato io a sbattere la porta del bagno prima di entrare... davvero... e prima ancora... l'ometto di legno... non c'era niente di personale... è stata legittima difesa... mentre prendo la tangente puntando a vette sempre più alte di paranoia mi accorgo che mi sono fulminato il velocissimo riassunto delle puntate precedenti.
Continuo a non sapere cosa sta succedendo e cosa succederà, ma adesso mi sento in colpa perché non ho ascoltato la spiegazione.
Mi si addormenta la gamba sinistra mentre il maestro prende a citare illustri maestri del passato, storielle zen e qualche koan, i famigerati indovinelli illogici dello zen che aiutano a superare il pensiero razionale, non faccio in tempo a pensare che è proprio come nei libri che sento un colpo di legno percosso, un colpo secco che se non avessi la gamba addormentata e le giunture alla playmobil zomperarei in aria urlando: “CHI VA LA'? FERMO! FERMO O MI FIONDO GIU' DALLE SCALE, CORRO IN MACCHINA A PRENDERE IL COSTUMINO DA SAMURAI CON TANTO DI GONNA PANTALONE E POI SOPRATTUTTO TORNO!” Forse...
Sono agitatissimo perché tanto per cambiare non so cosa stia a significare quel suono quando finalmente ho qualcosa di concreto per cui preoccuparmi davvero: bisogna alzarsi in piedi per fare la meditazione camminata che visto il numero dei partecipanti si farà in piedi, tutti si alzano, io mi guardo in giro terrorizzato massaggiandomi la gamba intorpidita, ma come fanno tutti ad alzarsi così velocemente mentre io al massimo potrei mettermi a quattro zampe?
Alla fine non resisto più ad essere l'unico ancora seduto che finge indifferenza manipolando come un esperto massaggiatore gli arti offesi e mi alzo, su una gamba, come una gru, con molta meno grazia e resto lì, su una gamba con l'altra gamba intontita e il piede insensibile che inizia a formicolare.
Devo fare appello a tutto il mio autocontrollo per:
1) restare in piedi, tutti sono a piedi paralleli io ho una zampetta avanti e basculo sull'unica sana
2) non urlare per il formicolio alla gamba che sta diventando un assalto di formiche rosse da combattimento
3) fischiettare sorridendo agli astanti
Il maestro a cadenza regolare parla ma io sono troppo impegnato nella pura sopravvivenza.
Si torna seduti per continuare la sessione di meditazione.
Il maestro fa uno spottone pubblicitario al ritiro di tre giorni che si terrà all'eremo Sanbo-Ji a Berceto: “tre giorni meravigliosamene lenti... lenti, meraviglioso...”
Poi sono venuto a sapere che Giggi mentre il maestro ripeteva come un mantra “lenti” e “meraviglioso” pensava: “più pilu per tutti”.
“Lenti... meraviglioso...”
Senti... ho trentadue anni, non mi sono ancora laureato né tanto meno ho mai lavorato, a meno che non si vogliano proprio contare due penose fiere una Parma e l'altra a Parigi per conto di mio padre, sono fuori corso da così tanto tempo che quando mi ricordo di tornare all'università è cambiato tutto, di anno in anno facevo fatica ad iscrivermi agli esami perché cambiavano sempre i terminali e metodo d'iscrizione, prima di finire gli esami sono riuscito persino a vedere l'alba di una nuova riforma scolastica, permango un dinosauro del vecchio ordinamento a monito delle future generazioni, a volte mi ricordo che ho una tesi da fare, ma non così spesso... ora... non è che la mia vita sia proprio l'elogio della fretta... meraviglioso no?
A un certo punto recitano dei mantra in non so quale lingua, intervallati da campanelli e inchini, loro recitano io comprensivo faccio finta di niente, ognuno di noi ha le sue perversioni.
“Pensate... non sembrerebbe nemmeno che... è quasi un'ora e mezza che meditiamo...”
Oh signore che mal di schiena...
Passando per suoni di campana, gong di legno e storielle zen siam giunti ai saluti, peccato che ancora una volta c'è da alzarsi.
Riprendo a rimestare i muscoli delle gambe mentre osservo gli altri e questa volta noto che anche quelli che sembrano cosa fare lo fanno ognuno a modo suo e soprattutto non c'è una maggioranza concorde, sorrido non c'è niente di più tenero di un occidentale che imita un orientale, è come mettere un giapponese davanti al colosseo e portagli via a tradimento la macchina fotografica, manca sempre qualcosa.
Quando capiamo che c'è da girarsi verso il centro della sala mentre passa il maestro e inchinarsi di conseguenza il maestro è già uscito.
Un'accolita fa uno spottone pubblicitario del nuovo libro del maestro.
C'accalchiamo verso l'uscita, compostamente impazienti, frementemente lenti.
Repupero giubbotto, calze e... asciugamano, riesco persino a riparare l'ometto di legno, non prima che Giggi mi veda, l'ometto sembra integro all'apparenza, pronto per il prossimo ignaro.
Scendiamo, dobbiamo completare l'iscrizione e pagare.
Osservo il piano rialzato della segreteria, il tavolino basso e le due persone col bavaglino che espletano le pratiche burocratiche.
Tocca a noi, Giggi ovviamente prende in mano la situazione e spiega chi siamo e cosa dobbiamo fare, si siede sui talloni perfettamente a suo agio, io a distanza continuo a fissare il tavolino basso e i cuscini che lo attorniano, non ho nessunissima intenzione di sedermi ancora per terra.
Recalcitrante salgo sul rialzo e osservo Giggi e  l'accolita che ha parlato del nuovo meraviglioso libro del maestro che se l'intendono.
Rimango in piedi sul rialzo finché posso, poi mi inginocchio, m'accascio, cerco di sedermi, non ci sto tra il tavolino e il pavimento, dietro di me c'è una pila di cuscini da meditazione, in men che non si dica la pila crolla e io mi sdraio come un pascià sorridendo come un bimbo, l'accolita ammutolisce, io sorrido di più.
“Iscrizioni e libri."
“Quali?”
Sorrido di cuore: “Tutti.”

Scritto da pennapiuma | 11:45 | commenti (15)


lunedì, 05 dicembre 2005
 
Tanto lo so che è il mastinetto che vi manca davvero...

arturo sullo stipite della porta

Arturo lingua

A gentile richiesta:

Karma nasino in sù

Scritto da pennapiuma | 00:33 | commenti (4)
 
Io: “Ti ho spedito un'e-mail con la strada per arrivare al monastero zen.”
Giggi: “Il computer è rotto.”
Io: “Mm...”
...
Io: “Hai guardato la strada per il monastero zen che ti ho stampato?”
Giggi: “No, ma ho chiesto a un amico mio che è bravissimo.”
Io: “Mm...”
...
Giggi: “Tieni un po' i fogli con la strada che controlliamo mentre andiamo.”
Io: “Mm...”
...
Dopo aver praticato un'ora in palestra ci cambiamo e facciamo la doccia come due tarantolati epilettici per fiondarci poi in macchina diretti al monastero zen, abbiamo un patrimonio di quaranta minuti circa per arrivare in orario, la strada è però un incognita, il traffico anche.
Usciamo dalla viuzza della palestra e ci incolonniamo in un serpentone lucente e rumoroso, fermo.
Io perdo la parola, odio arrivare in ritardo.
“Che c'hai?”
“Speriamo di arrivare in tempo.”
Giggi prontamente appena balugina il verde del semaforo scatta in modalità guida schietta ed efficace facendo lo slalom su due ruote tra tram, autobus e ignari pendolari, farlo con la sirena sarebbe da dilettanti.
Niente di meglio di un inseguimento per acconciarsi spiritualmente alla meditazione.
Strada facendo Giggi cita una strada, io cartina alla mano un'altra ma riusciamo a sbagliare una sola volta, tanto per non strafare.
“Te l'ho detto che il mio amico era fenomenale.”
“Mm...”, meglio che stia zitto la strada era praticamente dritta e la volta che abbiamo sbagliato ho detto io di svoltare.
Arriviamo in orario, la strada è quella il numero civico... non c'è.
Passiamo e ripassiamo, in cerca di parcheggio e di numero civico, niente numero civico ma riusciamo a posteggiare.
A piedi magari saremo più fortunati col numero civico, la dea bendata ci bacia al secondo tentativo.
Siamo praticamente in orario, entriamo nell'androne di un condominio sino a un giardino interno che porta all'entrata del monastero.
Bisogna togliersi le scarpe prima di entrare lo realizzo guardando dubbioso una rastrelliera strapiena di calzature che fa il paio con una pedana in legno, fuori vicini vicini a un giardino zen di ghiaccio, nel senso che è ghiacciato visto che siamo molto vicini allo zero.
Entriamo come due simpatici pinguini e ci accoglie uno strano figuro seduto sui talloni su un'immancabile rialzo in legno scuro di fianco a un tavolino per pigmei, sorride e si inchina giungendo le mani, resisto stoicamente alla tentazione di balzare in avanti agguantare le mani giunte e scandire un perentorio: “PIACERE COLOMBO!”, ripiego su un più morigerato: “buona sera.”
Silenzio.
Ora... io vengo da un mondo chiassoso e frenetico, su due ruote e coi piedi a cui mancano dei bastoncini di legno per sembrare una nuova versione dei Magnum algida e qualcuno vestito e seduto in maniera eccentrica mi sorride e tace, e per di più ho un asciugamano sotto il braccio,  appena il sorriso stempera e affiora un po' di imbarazzo nel guardare il sottoscritto in versione statua di sale e gli occhi sembrano comunicarmi un muto e tenero: “dottò... agge a campà...” quello che inquadro come il segretario mi diventa di botto simpatico.
Interviene Giggi che s'affretta a chiarire chi siamo e cosa vorremmo fare, per l'iscrizione bisogna aspettare un'altra persona, intanto altra gente chiaramente più informata ci passa avanti e sale le scale e fa cose che sembrano avere un senso, per loro, o quantomeno fingono in maniera credibile.
Tutti sorridono e s'inchinano, io mi perplimo, in silenzio, in maniera molto composta, l'esuberante Giggi morde il freno e non trova traccia di consapevolezza nei miei occhi riguardo a ciò che ci circonda, siamo solidali ma assolutamente spersi.
Non abbiamo ancora capito a cosa serva l'asciugamano ma possiamo andare a cambiarci di sopra, posiamo il giubbotto e ridiscendiamo a fare l'iscrizione, sempre con l'asciugamano sotto braccio, diventa un punto d'onore non chiedere a cosa serva.
Dopo una sempre meno fiduciosa attesa grazie all'intervento di una signora vestita nel medesimo modo eccentrico, che a furia di fissare inquadro come una sorta di kimono con  davanti un bavaglino con le tasche, riusciamo ad iscriverci compilando al volo un modulo, il resto potremo farlo dopo, ora possiamo salire, o meglio risalire.
Non siamo più tanto in orario.
Tutti intorno a noi sorridono, salutano inchinandosi, pochi bisbigliano, tutti sanno cosa fare, tranne noi.
Al primo tentativo capiamo che nella sala di meditazione non si entra con le calze.
Al secondo che il marsupio che tutti e due portiamo non si può portare e mettere da qualche parte dentro.
Al terzo tentativo capiamo che neanche nella sala di meditazione serve l'asciugamano.
In tutto questo su e giù, avanti e indietro cerchiamo di sbirciare dalle porte scorrevoli dentro la sala di meditazione, infruttuosamente.
Giggi entra, io sono troppo concentrato a rompere un ometto di legno nello spogliatoio, impegno fruttuoso, sentendomi terribilmente colpevole infine anch'io m'incammino.
Sono solo.
La sessione di meditazione è già iniziata, la sala è buia, sono praticamente l'ultimo e non ho la più pallida idea di cosa fare e non ho nemmeno più il mio fido asciugamano sotto braccio.
Imito la persona che entra prima di me abbozzando inchino-saluto a mani giunte, più nascondendo la faccia dietro le mani in realtà, si presenta un piccolo ma davvero piccolo problema, la persona davanti a me è scomparsa, è buio pesto, sono tutti seduti in file che si danno le spalle e fissano due pareti bianche, è libero un corridoio centrale, per il passaggio, forse, intravedo molto vagamente un altare con un'unica candela accesa, penso molto seriamente se gettarmi in ginocchio di fronte a non so quale buddha esclamando con sincera contrizione: “io non volevo...”, solo che è troppo buio per essere sicuro di arrivarci incolume.
Sento allegramente spumeggiarmi dentro l'apprensione, alla fine scorgo un cuscino rotondo da meditazione libero, a capo chino, no non per reverenza ma per non farmi identificare, mi avvicino e cerco di sedermi senza sembrare Fantozzi che si siede sul puff.
Ho un cuscino, ho davanti un muro bianco e nessuno mi ha ancora sgridato, sono molto soddisfatto di me.

Scritto da pennapiuma | 00:15 | commenti (6)


giovedì, 01 dicembre 2005
 
“Mi piacerebbe davvero tanto fare Zazen”, frase pronunciata alla prima o poi nella vita quella cosa voglio proprio farla.
“E' appena iniziato un corso per principianti, telefoni tu o io?”
Siamo in macchina di ritorno dalla palestra Giggi abbandona con lo sguardo per un attimo la strada e mi guarda perplesso, in genere io sono il pigro e lui il solerte, la mia prontezza l'ha preso decisamente alla sprovvista.
“Il numero di telefono è sul sito web del monastero zen”, rincaro.
...
“Domani mattina mi chiami e mi dai il numero e telefono io”.
Giggi riprende in mano le redini e l'ordine costituito si ristabilisce: il pigro aspetta e il solerte s'attiva.
Non era la prima volta che Giggi esternava trasognato il suo desiderio di provare la meditazione zen, mi ricordavo che diversi anni fa qualcuno di sfuggita mi aveva passato un volantino di un monastero zen a Milano, volevo ma non ho fatto, non ho fatto ma ho ricordato, ho ricordato e ho cercato, solerte a modo mio.
Monastero zen il cerchio

Giggi ha telefonato.
“E' lunedì sera dalle otto alle nove e mezza, possiamo iniziare lunedì prossimo, bisogna andare in tuta e bisogna portare un asciugamano, mi hanno chiesto perché eravamo interessati e ho spiegato che praticavamo aikido e... mi ha detto di non spaventarci perché il posto è piccolo e saremo una settantina e ...” e ho iniziato a perdere il filo del discorso, troppe informazioni tutte insieme.
Possiamo partecipare anche se il corso è iniziato, segno di spunta: bene.
E' un solo giorno a settimana, son pigro... segno di spunta: bene.
E' lunedì sera quindi possiamo andare a Milano, praticare un'ora in palestra e poi andare al monastero zen, segno di spunta: bene.
“L'asciugamano a cosa serve?”
“Boh...”
“Mmm...”
Fanno selezione all'ingresso, volevano sapere le motivazioni, sono io che faccio selezione all'ingresso... m'adombro, male: crocetta.
Giggi ha detto che pratichiamo aikido e non oso immaginare che altro vista la sua ben nota favella, non è che ci guarderanno storto aspettandosi che tiriamo fuori da un momento all'altro una scimitarra dalla manica? Male: crocetta.
Settanta in un luogo angusto? Io sono decisamente misantropo... male: crocetta.
“Quanto dura?
“Boh...”
“Mmm...”
...
Programma?
“Boh...”
“Mmm...”
...
Giggi: “Che famo?”
Io: “Sasen.”
Giggi: “Sasen alla bolognese.”

Scritto da pennapiuma | 11:35 | commenti (5)